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Dal "Convegno di Lugo - 1998"

Natalino Guerra

Erano tutti amici. Ragazzi sulla linea del fuoco

Il libro che ho l'onore di presentare è appunto Ragazzi sulla linea del fuoco, in adozione presso diverse scuole medie, ripubblicato con tale titolo nel 1971, dopo che era apparso nel 1965. con il titolo Verdi battaglie e che sarà poi edito postumo con il titolo Erano tutti amici. Come afferma Giovanna, questi ragazzi sono tutti amici, introversi o monelli, semplici o tormentati, bambini o adolescenti. Sono tutti amici, perché un fine ideale lega tutte le loro storie, perché tutti sono e restano sulla linea del fuoco. Sono tutti amici perché un ideale figlio di un merciaio ambulante, senza madre e senza fratelli, andando di casa in casa, li vede spesso in quei casolari sperduti, tra la galaverna e il vento di bora dell'inverno '1944 - 1945.' Sono questi i ragazzi, gli attori di otto stupendi racconti, fantasticamente erranti tra i ricordi personali e la finzione artistica dell'autrice.

Sono ragazzi che, strappati improvvisamente dal breve orizzonte della serenità dei giochi, sono proiettati tra le violenze che non capiscono ma che subiscono e che con la loro istintiva umanità salvano i valori perenni dell'amicizia e della giustizia. Il terzo racconto è intitolato Gli stivali. Qui la Resistenza assume l'aspetto della pietà per tutti gli uomini., La protagonista è una bimbetta di otto anni, Silvia, comandata ogni giorno dagli occupanti tedeschi a pulire e lustrare gli stivali enormi del grosso e truce ufficiale "Sleb". Sempre pulisce e sempre è brutalmente sgridata da "Sleb", che, eccezionalmente, però, un giorno le posa la mano sulla testa, dicendo: "Anch'io ho cinque figli in Germania". Oggi il grosso "Sleb" è una belva: è tutta la mattina che urla, chiama i soldati nel suo ufficio e li fa correre via come lepri, strapazza gli ufficiali, cala grossi pugni sul tavolo, scaraventa per terra tutto quello che trova a portata di mano. E gli stivali? Non se li è neppure levati! Eppure Silvia ha notato bene e con quale stretta al cuore, povere bambina, che erano irriconoscibili per il fango che li ricopriva, quando "Sleb" è rientrato con i soldati dalla sua spedizione.

Per la prima volta da quando ci sono i Tedeschi, Silvia si aggira, senza aver niente da fare, per la casa. Oggi la casa è vuota di soldati e sembra stranamente grande. I Tedeschi infatti sono partiti tutti per il fronte; solo uno è rimasto nello studio di "Sleb", a guardia dei documenti. Un cannone brontola laggiù, in direzione della ferrovia, e sembra la voce del tuono estivo quando addensa le nuvole per il temporale. Gli Alleati si sono mossi sulla linea del fronte e pare che presto ci sarà battaglia grossa. Per questo i Tedeschi sono partiti tutti all'alba, gli ufficiali sulla camionetta, i soldati dietro, sopra i carri.

Il padre di Silvia entra in casa e comincia a dare ordini concitati alla moglie e alla figlia maggiore, che lo guarda seria, con grandi occhi .pensosi: "Presto: bisogna preparare molte provviste".
"Silvia, vieni anche tu a darci una mano" chiama Linda, la sorella. La bambina si stacca di malavoglia dalla finestra.
"Allora è vero che fra poco arriveranno i soldati inglesi a liberarci?" "Sì".
"E i Tedeschi?".
"Dovranno fuggire, se ci riescono. Su, sbrigati a darmi quel cesto, invece di fare tante domande".
"Posso portare anche il gatto nel rifugio?".
"No, povera bestia: ci starebbe troppo sacrificato! 'È molto più facile che si salvi se resta solo, libero di scegliersi il rifugio che preferisce!".
È passato tutto il giorno, è passata anche la notte. Il silenzio si fa sempre più fitto.

Passano ogni tanto, per la stradina bianca, scure camionette di soldati stanchi e laceri, che ritornano dal fronte. Le case che li hanno ospitati per tanti mesi e che speravano di essersene finalmente liberate riaprono, rassegnate, le porte. Silvia, accoccolata davanti alla fiamma del focolare, nella casa che si abbuia a poco a poco, fissa le rosse faville, pensosa, le ginocchia tra le mani.

E' rientrata, poco prima, anche la camionetta cigolante di Heishleb: sopra, un ufficiale solo, con due soldati, tre ombre nere nella neve fitta. L'ufficiale, un uomo anziano con grosse lenti e un cranio lucido come una palla, è entrato in casa in silenzio, con la faccia grigia di stanchezza, la divisa infangata, e si è chiuso senza parlare nello studio vuoto del grosso "Sleb".

"Dev'esserci stata battaglia sul Senio e i nostri 'ospiti' hanno avuto certamente la peggio!" ha commentato, sardonico, il padre di Silvia.
"Allora non torneranno più, gli altri?" ha domandato in un soffio la bambina.
"Penso proprio di no!".
"Sono morti tutti?".
"Penso di si".
"Anche il grosso 'Sleb'?".
"Anche lui".

La fiamma del focolare declina a poco a poco e lunghe ombre incerte, danzano sui muri. Silvia tace e pensa: "Il grosso 'Sleb' non tornerà più. Non si sentirà più la sua voce tuonare imperiosa nello studio: non più stivali giganteschi da lucidare, mai più". Vorrebbe sentirsi contenta, sollevata, ma non ci riesce proprio.

Davanti ai suoi occhi c'è una casa silenziosa, investita dalla tormenta, lassù, nella gelida, lontana Germania e ci sono, allineati in ordine decrescente in una gelida cucina, dieci stivaletti, tutti in fila, che aspettano, aspetteranno, invano, giorno dopo giorno, il ritorno dall'Italia dei grossi, protettivi stivali del papà!È una stupenda scena fantastica di umanità, che a me e forse a qualcun altro della mia età ricorda un'altra scena altrettanto reale.

In un paesino collinare del forlivese, un'anziana donna il cui figlio era stato fucilato dai Tedeschi ,finita la guerra è sorpresa, interrogata dal parroco, perché porta un mazzo di fiori sulla tomba di un tedesco. Essa, commossa, risponde: "Anche lui ha una mamma che invano lo aspetta".

Come vedete, fantasia e realtà, due scene, due particolari, la medesima sensibile pietà della bimba Silvia e della madre forlivese. Solo così ambedue creano, forse inconsapevolmente, nei loro cuori le premesse per l'alba di un mondo migliore.