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Dal "Convegno di Lugo - 1998"

Fausto Renzi

Un insegnamento a "misura di alunno"

Le opere didattiche di Giovanna Righini Ricci

Siamo nel 1964.L'autrice, insegnante di ruolo a Milano, è già in prima fila nell'impegno per il rinnovamento democratico della scuola: un educatrice che vive fino in fondo il decollo faticoso della nuova scuola media statale, obbligatoria e gratuita. Giovanna Righini Ricci, insegnante di lettere, intreccia i fili del suo progetto educativo: tesse e ritesse le ardue trame di un disegno teso a conferire una fisionomia veramente democratica alla nuova scuola, per renderla a misura di alunno, a qualunque ceto appartenga e qualunque sia il livello di partenza e la sua potenzialità di sviluppo. Così, in una scuola carente di strutture e di mezzi, dove il corpo insegnante è ancora impreparato ai nuovi compiti educativi, Giovanna non perde occasione per denunciare le persistenti consuetudini discriminatorie, come ad esempio le classi omogenee sulla base del rendimento scolastico; come non perde occasione per stigmatizzare la residua e anacronistica separazione tra sezioni maschili e femminili. Ma la difficoltà principale è certamente l'endemico svantaggio culturale dei ragazzi di estrazione popolare, provenienti dalle tante famiglie immigrate e contadine che sempre più numerose (e spesso disgregate), vivono nelle borgate delle grandi periferie urbane del nord negli anni del miracolo economico.

L'obiettivo dell'insegnamento a misura d'uomo, oserei dire il suo imperativo categorico, è quello di rimuovere lo "scoglio del linguaggio", compito principe di una scuola autenticamente democratica e che negli anni Sessanta è, per così dire, la parola d'ordine delle esperienze pedagogiche più innovative, a cominciare da don Lorenzo Milani, che proprio in questi anni scrive la sua celebre Lettera ad una professoressa. Per raggiungere l'obiettivo, Giovanna Righini Ricci sperimenta con successo la cosiddetta didattica differenziata, cioè personalizzata in base ai livelli di partenza dei singoli alunni, e articolata sia nella direzione dello sviluppo sia in quella del recupero, in modo da evitare tanto "il livellamento verso il basso degli elementi più dotati" quanto "l'emarginazione di chi, meno ricettivo oppure legato a diversi ritmi di apprendimento. non riesce a mantenere il passo". L'insegnamento differenziato rientra poi in una strategia didattica più ampia, induttiva e globale, dove l'apprendimento muove dalla scoperta della lingua intesa come organismo vivo e dinamico, specchio del divenire collettivo e che come tale nasce, cresce, si sviluppa e a volte invecchia e muore.

Particolarmente attenta al mutamento sociale, all'evolvere dei saperi, alla realtà mutevole della psicologia preadolescenziale, ai condizionamenti a cui i ragazzi sono sottoposti nell'ambiente extrascolastico, Giovanna Righini Ricci, con un occhio sempre rivolto al futuro, ha sottoposto la sua didattica a un'incessante revisione critica, per renderla sempre più rispondente alle nuove sfide educative. E la sua costante ricerca, sempre fondata sulla scrupolosa verifica dei risultati, le ha consentito di anticipare di almeno un decennio le innovazioni pedagogiche sancite con i nuovi programmi ministeriali del 1979. Così l'educazione linguistica si arricchisce di nuovi aspetti, che tuttavia ruotano sempre attorno al concetto di "indagine", primo asse portante di tutta la didattica a misura d'uomo. Questa parola non a caso è il titolo di due importanti antologie, L'indagine (1979) e La nuova indagine (1984).

L'indagine, che abbandona il vecchio impianto delle antologie solo letterarie, non intende pertanto fornire una 'verità preconfezionata" ma "vivificare lo spirito critico e l'autonomia di giudizio del preadolescente", proponendo una gamma ampiamente diversificata di spunti di ricerca, graduati secondo una scansione "ciclica e a spirale", che adatta, di anno in anno, i diversi campi di indagine alle tappe dello sviluppo psicologico dei preadolescenti, secondo una progressione che procede dal concreto all'astratto, dall'esperienza esteriore a quella interiore, dalle cose alle persone, dalla cronaca alla storia, dai fatti ai valori. Sono pagine, cioè, che offrono direttrici di marcia, punti di partenza per indagini personalizzate che i ragazzi sceglieranno liberamente proseguendo la ricerca attraverso altri strumenti: le interviste, gli audiovisivi e soprattutto i quotidiani, che non sono mai mancati nelle sue aule, a dimostrare quanto la cronaca e i problemi di attualità fossero stimoli particolarmente efficaci per l'apprendimento. Non va poi affatto dimenticato che la didattica globale di Giovanna Righini Ricci (ovvero comprensiva di tutti gli aspetti della personalità del preadolescente, dei suoi problemi e del suo divenire) si muove infine lungo un orizzonte metodologico rigorosamente interdisciplinare, tale cioè da consentire ai ragazzi di coordinare in un sapere unitario le conoscenze via via acquisite in campi disciplinari diversi. E' questo un motivo costante, che si ritrova in tutti i restanti ambiti di insegnamento, come ad esempio la storia, a cui l'autrice ha dedicato due importanti lavori (Spunti per una didattica della storia, L'umano divenire) e, ad essa strettamente collegata, la geografia (Itinerari esplorativi). L'approccio interdisciplinare è inoltre basilare anche nella didattica della narrativa, alla quale la nostra autrice ha dato un contributo particolarmente originale e di assoluto rilievo pedagogico, in vari interventi su riviste didattiche e culturali.

Le opere dovranno presentare un'ampia varietà di personaggi, proprio per consentire ai giovani lettori di riconoscere la propria e peculiare dinamica esistenziale, oggettivando - e quindi allontanando da sé - quei vissuti di crisi e di incertezza e tutto il variopinto universo emotivo che accompagna la vita adolescenziale. Infine, l'opera narrativa deve non di meno offrire, ancora una volta, validi e diversificati spunti di dialogo e ricerca, per attivare percorsi di indagine approfondita e personalizzata, promuovendo così il vero scopo dell'educazione, quello cioè di ampliare l'orizzonte di esperienza dei ragazzi. Quest'ultima considerazione conduce direttamente al tema dell'educazione civica, seconda tappa di questa nostra visita nel ricco e attrezzato laboratorio pedagogico di Giovanna Righini Ricci.

La convinzione che guida la sua prassi didattica è che l'educazione civica "non si fa ma si vive" e che proprio per questo non va impostata secondo programmazioni aprioristiche, obiettivi prestabiliti, programmi preconfezionati a compartimenti stagni. Deve invece scaturire dalla dinamica della classe, dai reali interessi dei ragazzi, dalle loro esigenze e dai loro problemi. Ogni momento della giornata scolastica e ogni disciplina rientrano nell'educazione civica: dalla redazione dello statuto della classe all'educazione stradale, dalle relazioni familiari ai fatti di cronaca. Si tratta di un insegnamento polivalente e multidimensionale, che procede lungo un fluido e incessante dialogo promotore di interessi, di arricchimenti personali, di obiettività e spirito critico, di crescita morale e psicologica continuamente vivificata dalla ricerca problematica delle tante possibili verità. Giovanna ha scritto nel suo manuale "Vivete o convivere?" di "far vivere a ciascun ragazzo la sua dimensione civica" proprio perché la loro dinamica esistenziale non può non compiersi all'interno di un contesto sociale: la famiglia, la scuola, il gruppo, che, come le altre innumerevoli e sempre più ampie sfere delle vita associata, seguono regole condivise nella libertà e responsabilità di ognuno. Naturalmente anche i rapporti fra i sessi rientrano a pieno titolo nell'ambito della convivenza, in quella particolare sfera di relazioni dove emergono in primo piano le componenti profonde della personalità: le paure, le inquietudini, i desideri, emozioni e pulsioni che i ragazzi scoprono per la prima volta dentro di sé. Fin dall'inizio della sua esperienza scolastica, Giovanna Righini Ricci non ha mai dubitato che l'educazione sessuale dovesse entrare con pieno diritto nelle aule, nella convinzione che "l'educatore ha il compito di affrontare con i ragazzi tutti i loro problemi". Le sue esperienze di educazione sessuale hanno conosciuto un avvio difficile, anche se con il tempo hanno via via conquistato consensi e attenzione anche fuori dalla scuola, come dimostra la rubrica curata sul settimanale "Duepiù" negli anni Settanta.

Nel 1974, rivisitando l'esperienza condotta nelle scuole milanesi, così scrive: "Ho iniziato il discorso sull'educazione sessuale una decina di anni fa, quando ancora esso poteva apparire un'audacia inaudita di antesignani temerari. L' ho portato avanti faticosamente ma puntigliosamente. E' stato un cammino difficile, punteggiato da incomprensioni, ostacolato da pregiudizi, da complicazioni burocratiche, da arcaici tabù. Era un cammino difficile ma possibile, grazie soprattutto alle sue vaste competenze psicopedagogiche, continuamente aggiornate e rimeditate, alla sua rara capacità di osservazione e intuizione psicologica, alle sue doti comunicative. L'iniziativa di fare anche educazione sessuale nasce osservando il comportamento dei ragazzi che le stanno di fronte ogni giorno, prendendo spunto dalle barzellette, dalle parolacce, dai giornaletti nascosti sotto i banchi, rispondendo man mano ai dubbi e ai problemi: "il metodo che oggi seguo è quello che mi hanno dettato loro in anni di esperienza" e che non va confuso con l'istruzione o l'informazione sessuale.

Ancora una volta la nostra educatrice si pone in ascolto dei vissuti emotivi e pulsionali dei ragazzi, per condurli, attraverso il dialogo sereno, a sdrammatizzare i timori, ad aiutare il ragazzo ad accettarsi e ad impostare rapporti chiari e naturali con i coetanei dell'altro sesso. Vorrei ora concludere mostrandovi come una sua ex alunna della scuola media "Perotti" di Torino, in una sua lettera, parla della nostra educatrice: "La figura di spicco tra i docenti era proprio lei, la professoressa di lettere Giovanna Righini Ricci, frenetica, attiva, piena di idee innovative. La Righini, così era chiamata da noi alunni, era apparsa subito agli occhi di tutti una persona accattivante. Aveva un modo 'di fare molto particolare: sapeva catturare l'attenzione con un'abilità estremamente personale. Era stata la prima insegnante a tenere regolarmente in classe un corso di educazione sessuale, altra rivoluzione clamorosa per quei tempi. Accanto a ciò, ricordo che, nell'intervallo di dopo pranzo, per due volte alla settimana si faceva la dinamica di gruppo: noi ragazzi ci sedevamo sui banchi con le gambe penzoloni -quindi non era lezione! -e chi se la sentiva esponeva ad alta voce i suoi problemi. Insomma, accanto alle cose tradizionali che ogni insegnante di lettere fa o dovrebbe fare, ne proponeva tutta una serie di nuove, bellissime e speciali".