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Dal "Convegno di Lugo - 1998"

Daniele Giancane

Strutture e motivi

in "Alla fine del sentiero" di Giovanna Righini Ricci

Mi sono interessato della vasta produzione narrativa di Giovanna Righini Ricci in più di una occasione, cercando di evidenziarne lo spessore sul piano valoriale, soprattutto lungo l'itinerario che fu proprio della scrittrice, autentica anticipatrice dei tempi della multiculturalità e della centralità del l'adolescenza, intesa come età di difficili ma fascinose trasformazioni.

Mi sembra perciò di poter adesso affrontare l'analisi della strutturazione linguistico - semantica di uno dei romanzi dell'autrice. Prenderò in considerazione uno fra i testi narrativi più riusciti -a parere del sottoscritto -di Giovanna Righini Ricci: "Alla fine del sentiero", pubblicato da Bruno Mondadori nel 1985. Alla fine del sentiero consta di 22 capitoli, che vanno dalle quattro pagine alle dieci.

Se ne ricava che l'autrice preferiva soprattutto capitoli rapidi e brevi, di poche pagine (fra le quattro e le otto) e solo raramente si lasciava andare a narrazioni più distese. L'autrice, che fu anche fine esperta di problematiche psicopedagogiche, sapeva bene che l'attenzione alla lettura da parte dei ragazzi è limitata: l'ideale è offrire loro poche pagine per volta, per di più scritte con stile immediato e veloce, senza attardarsi in descrizioni o in tiritere moralistiche, centrate su un dialogo secco e incisivo, subito teso allo svolgersi della trama, alla messa a fuoco dei personaggi.

L'analisi dei personaggi di Alla fine del sentiero rivela che l'autrice coglie l'essenza degli "attanti" (per dirla con Greimas) con pochi tratti. Occorre anzitutto dire che la scrittrice non descrive il personaggio in una sola volta (annoierebbe il giovane lettore), ma ci introduce alla sua conoscenza lentamente, tramite l'uso sapiente dell'aggettivazione.

Si può affermare che i protagonisti del romanzo sono anche gli animali e il paesaggio naturale del Canada. Il paesaggio di boschi, fiumi immensi, laghi, spazi sconfinati fa da sfondo al racconto. Quando descrive il paesaggio, la vena della scrittrice diviene più lirica e quasi visiva, con un taglio da sceneggiatura cinematografica: "Il grande fiume andava e andava, nel rosso del tramonto, tra selve di aceri, con case che si facevano via via più rade, a mano a mano che si allontanavano dalla città (...), ponti dai nomi francesi, alti sul fiume, verdi prati con cavalli al pascolo, per boschi nereggianti, un nugolo di gabbiani che la notte scuriva rapidamente, quindi ancora ponti".

Passando a un'analisi del linguaggio, prenderemo in considerazione il capitolo primo, che sempre in uno scrittore rivela gli elementi fondamentali della sua "officina" (i ferri del mestiere).

In meno di sei pagine e mezza l'autrice usa ben 52 aggettivi, raramente ripetendosi, con una predilezione per i "cromatismi", parole che rimandano cioè alla luce, ai chiaroscuri, al colore. Gli aggettivi cromatici (verde azzurri, bianco, ombroso, color mattone, brizzolato, neri, nereggianti, lucenti, azzurra) esplodono poi nel colore "rosso", che torna più volte, ogni volta declinato diversamente (rosso, rossi, rossa) o mediante termini affini, sempre rimandanti al colore considerato (pellirosse, arrossata).

Il laboratorio lessemico di Giovanna Righini Ricci è poi fortemente "visivo", quasi di taglio cinematografico, come a farci vedere direttamente la scena che ella descrive: specchi d'acqua, ponte, giardino, porticato, tonda, liscio, immobile. Dalle scene emergono i personaggi con la loro caratterizzazione "orale" (voce assonnata, vocetta allegra), che agiscono con modalità diverse, individuate attraverso il costante uso degli avverbi: istintivamente, placidamente, rapidamente, timidamente, riccamente, comodamente, improvvisamente, maternamente, animatamente, lietamente.

Sono fondamentali, quindi, nella scrittura di Giovanna Righini Ricci, il senso dello spazio e il movimento dei personaggi; se volessimo individuare un termine - guida del primo capitalo, dovremmo affermare che è "sorriso", che torna molte volte, soprattutto riguardo a Kateri: "Sorrise. Un sorriso bellissimo che le illuminò il volto scarno", "E Kateri, con un sorriso, mise la zuppiera in tavola". Anche Valentina "sorrise".

Il suo "sorriso", che percorre tutta la storia, è il simbolo della pacificazione, della necessità da una parte di superare contrasti e sentimenti di umiliazione storica e dall'altra di riconoscere la profondità e la ricchezza della cultura dei pellerossa. Da una sorta di nuova sintesi, si potrà giungere ad un mondo migliore. Tutto questo Giovanna Righini Ricci trasmise in Alla fine del sentiero non attraverso prediche inutili, ma facendo parlare i personaggi, gli oggetti, i paesaggi, le azioni, dando vita a un linguaggio che affascinasse con l'avventura i giovani lettori, ma che li portasse anche a riflettere sul grande tema del rispetto per l'altro, per la sua storia e la sua diversità: se ci si conosce, alla fine ci si comprende, anzi addirittura ci si ama.